Primo Levi anziano, sorride.

(fonte: Corriere)

Quella di cui riportiamo qualche stralcio è la
“Nota del traduttore scritta da Primo Levi al “Processo” di Kafka. 

La lettura del Processo, libro saturo d’infelicità e di poesia, lascia mutati: più tristi e più consapevoli di prima. Dunque è così, è questo il destino umano, si può essere perseguiti e puniti per una colpa non commessa, ignota, che «il tribunale» non ci rivelerà mai; e tuttavia, di questa colpa si può portar vergogna, fino alla morte e forse anche oltre. Ora, tradurre è più che leggere: da questa traduzione sono uscito come da una malattia. Tradurre è seguire al microscopio il tessuto del libro: penetrarvi, restarvi invischiati e coinvolti. Ci si fa carico di questo mondo stravolto, dove tutte le attese logiche vanno deluse. Si viaggia con Josef K. per meandri bui, per vie tortuose che non conducono mai ove ti aspetteresti.

Si precipita nell’incubo dell’inconoscibile fin dalla prima frase, e ad ogni pagina ci si imbatte in tratti ossessivi: K. è seguito e perseguitato da presenze estranee, da ficcanaso importuni che lo spiano da vicino e da lontano, e davanti a cui egli si sente denudato. C’è un’impressione costante di costrizione fisica: i soffitti sono bassi, le camere gremite di mobili in disordine, l’aria è sempre torbida, afosa, viziata, fosca; paradossalmente, ma significativamente, il cielo è sereno solo nella spietata scena finale dell’esecuzione. K . è afflitto da contatti corporei gratuiti e fastidiosi; da valanghe di parole confuse, che gli dovrebbero chiarire il suo destino e invece lo frastornano; da gesti insulsi; da sfondi disperatamente squallidi. La sua dignità d’uomo è compromessa fin dall’inizio, e poi accanitamente demolita giorno per giorno. (un tema molto familiare a Levi) Solo dalle donne può, potrebbe, venire la salvazione: sono materne, affettuose, ma inaccessibili. Solo Leni si lascia avvicinare, ma K. la disprezza, vuol farsi dire di no: non cerca la salute. Teme di essere punito e ad un tempo lo desidera.

Non credo che Kafka mi sia molto affine (ora scrive in prima persona). Spesso, in questo lavoro di traduzione ho provato la sensazione di una collisione, di un conflitto, della tentazione immodesta di sciogliere a modo mio i nodi del testo: insomma, di correggere, di tirare sulle scelte lessicali, di sovrapporre il mio modo di scrivere a quello di Kafka. A questa tentazione ho cercato di non cedere. Poiché so che non esiste il «modo giusto» di tradurre, mi sono affidato più all’istinto che alla ragione, e mi sono attenuto ad una linea di correttezza interpretativa, per quanto possibile onesta, anche se forse non sempre coerente di pagina in pagina, perché non tutte le pagine presentano gli stessi problemi. Avevo davanti a me la traduzione di Alberto Spaini, del 1933, e mi è parso di ravvisarvi la ragionevole tendenza a rendere liscio quanto era ruvido, comprensibile l’incomprensibile. La più recente (1973) di Giorgio Zampa segue l’indirizzo opposto: è filologicamente rigorosa, rispettosa a oltranza, fino alla punteggiatura; è parallela, interlineare. È traduzione, e come tale si presenta, a viso aperto; non si camuffa da testo originale. Non aiuta il lettore, non gli spiana la strada, conserva coraggiosamente la densità sintattica del tedesco.

Credo di aver battuto una via mediana fra queste due. Pur rendendomi conto, ad esempio, dell’effetto ossessivo (forse voluto) provocato dal discorso dell’avvocato Huld, che si protrae accanito per dieci pagine senza un a capo, ho avuto pietà per il lettore italiano e ho introdotto qualche interruzione. Per salvare la snellezza del linguaggio ho eliminato qualche avverbio limitativo (quasi, molto, un poco, circa, forse, ecc.) che il tedesco tollera meglio dell’italiano. Per contro, non ho fatto alcun tentativo di sfoltire l’accumularsi di termini della famiglia sembrare: verosimile, probabile, intravedere, accorgersi, come se, apparentemente, simile, e così via; mi sono apparsi tipici, indispensabili anzi in questo racconto che dipana instancabilmente vicende in cui nulla è come appare. Per tutto il resto, ho fatto ogni sforzo per contemperare la fedeltà al testo con la fluidità del linguaggio. Dove nel testo, notoriamente tormentato e controverso, c’erano contraddizioni e ripetizioni, ce le ho lasciate. Per leggere l’intero articolo clicca qui: Il Corriere

Per la discussione

Questa introduzione di Primo Levi alla sua traduzione del Processo di Kafka è al contempo una lezione di lingua, di letteratura e di traduzione. Si noti il passaggio da forme verbali impersonali, alla prima persona. Che cosa significa?

Quali sono i criteri che Primo Levi adotta per tradurre Kafka?

Vi invitiamo a fare un esericizio di traduzione su un racconto di Primo Levi tratto dal Sistema periodico, “Vanadio”, che è anche una sorta di continuazione di Se questo è un uomo. Alla fine della traduzione, annotare i problemi incontrati e le soluzioni adottate.

Primo Levi traduce Franz Kafka «Come l’effetto di una collisione»

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