Rita Levi Montalcini, foto

(fonte: Daniela Ovadia, Le Scienze)

Per ricordare la grande scienziata Rita Levi-Montalcini, morta a 103 anni il 30 dicembre scorso, riportiamo il post della giornalista scientifica Daniela Ovadia che la conobbe.
Non amo i coccodrilli, né le agiografie post mortem. Eppure sento di dover scrivere qualche riga in memoria di Rita Levi-Montalcini, se non altro perché, avendo conosciuto da vicino una parte della sua famiglia torinese, ho avuto la fortuna di poter ridere alle sue spalle. Sì, proprio così: mi sono permessa, da ragazzina, di ridacchiare di quella che era già diventata una star della scienza dopo aver ricevuto il premio Nobel per la scoperta dell’NGF.
Ho infatti frequentato la casa di alcune sue cugine che, con l’understatement tipico di un certo ebraismo piemontese, godevano sottilmente nel raccontare, alla giovane appassionata di scienza che ero allora, tutti i pettegolezzi e piccole meschinerie di cui la grande Rita si sarebbe macchiata nei suoi anni acerbi, spinta, dicevano loro, da un’ambizione smisurata, che le permise di superare il doppio handicap di essere donna e appartenente a una minoranza religiosa (seppure solo nominalmente, poiché si è sempre fieramente dichiarata laica e atea) contro la quale l’Italia aveva promulgato le leggi razziali.
Quando, molti anni più tardi, mi capitò di intervistarla (l’ultima volta per l’inaugurazione dell’EBRI, lo European Brain Research Institute che doveva essere il luogo d’eccellenza della ricerca neuroscientifica in Italia) non osai dirle che conoscevo di lei un lato familiare e forse meno brillante di quello che mostrava all’esterno, ma che me la rendeva tanto più simpatica e umana. …
Alle donne di scienza la Montalcini ha fatto un altro regalo, tutt’altro che scontato: ha detto che è lecito essere geniali e vanesie allo stesso tempo, lei che non si faceva fotografare se non con i capelli candidi e perfettamente a posto, il vestito con la piega giusta, quei colletti così anacronistici e i gioielli che amava molto. Molto prima di qualsiasi maldestro spot della Comunità Europea per convincere le donne che si può fare lo scienziato con il tacco 12, lei vestiva solo Capucci: se questa non è classe… Per leggere il blog di Daniela Ovadia, clicca qui: Le Scienze (Espresso/Repubblica)

Uso della lingua

coccodrillo: qui non si allude al feroce rettile. Il coccodrillo è un termine giornalistico che significa necrologio, l’articolo che si scrive in occasione della morte di una persona importante
vanesio: frivolo, leggero
agiografie post mortem: agiografia significa lode esagerata, post mortem, dopo la morte in latino
spot della Comunità Europea: la giornalista qui allude a un video dell’Unione europea per promuovere la ricerca al femminile. Questo spot è stato poi tolto dalla rete perché ritenuto sessista e di cattivo gusto
Capucci: è un noto stilista italiano

Il titolo del nostro post e del post di Daniela Ovadia, “Elogio di una donna imperfetta“, allude al titolo di un noto libro di Rita Levi-Montalcini, Elogio dell’imperfezione (Dalai editore).

Elogio di una donna imperfetta

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