uomo a cavallo tra ruderi

(fonte: Alberto Papuzzi, La Stampa)

Il deserto dei Tartari, il romanzo che rese famoso Dino Buzzati, usciva 70 anni fa, il 9 giugno 1940. All’epoca Buzzati era inviato del Corriere della Sera a Addis Abeba, sul fronte di guerra, ma si trovava momentaneamente in Italia in attesa di ripartire per l’Etiopia. Nato nel 1906 vicino a Belluno, in una famiglia della buona borghesia, nel 1928 aveva intrapreso la carriera giornalistica.
Il capolavoro arriva a neppure 34 anni. In un primo tempo s’intitolava La fortezza, è Leo Longanesi, che lo pubblica da Rizzoli, a inventare l’immagine del Deserto dei Tartari. La leggenda racconta che Buzzati lo scrisse sui grandi tavoli della redazione del Corriere, nelle notti in cui era di turno. Probabilmente non è vero, mentre è vero che furono gli stanzoni di via Solferino (la sede del Corriere) a ispirargli la storia. La fortezza del romanzo, con gli ufficiali, la truppa, i rituali, la disciplina, l’eterna attesa di ciò che non succede, era il travestimento in foggia militare della vita al giornale, della routine redazionale, decenni che scorrono monotoni, inseguendo il mito dello scoop che non si farà mai. Il deserto dei Tartari è stato considerato da diverse generazioni di lettori, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, il romanzo più europeo della nostra letteratura, un libro culto che rispecchiava la cultura dell’alienazione.

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Dino Buzzati: alla fine i Tartari non arrivano mai

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